Il Nostro Pensiero di Cucina

Alla fine di un corso una nostra allieva ha scritto alcune righe sulla esperienza vissuta presso il nostro Istituto dichiarandosi molto soddisfatta per la linea didattica basata sullo sviluppo della sensorialità, sull’analisi e sulla pratica degustativa, ogni giorno, su tutti i piatti, in ogni condimento: solo così si può conoscere il “gusto italiano”.

Ma alla fine del suo scritto la nostra corsista scriveva: “Mi piacerebbe tornare in questa Scuola per conoscere meglio il vostro pensiero di cucina”.

Leggendo e rileggendo ho capito che è una espressione stupenda, profonda come una intuizione filosofica,lucida come un lampo.

Perché parlare di pensiero di cucina? La cucina non è forse nella sua essenza una semplice pratica di assemblaggio di cibo?

Ebbene, no! La cucina prima che pratica è pensiero; la cucina è una pratica che ha una sua grammatica, sorretta da una solida struttura di pensiero. Non serve imparare a comporre un piatto se dietro non c’è storia, tradizione, identificazione affettiva.

Un tempo in tutte le famiglie italiane si insegnava alle bambine a fare la sfoglia, era una disciplina di vita ma anche una poesia: Oggi non si fa più ma molti desidererebbero saper fare la sfoglia come un tempo, rifare un tortellino con le proprie mani, tirare un sugo leggero e profumatissimo.

Il pensiero di cucina diventa allora dimensione di vita, elemento profondo nella trasmissione della cultura materiale.

Mia nonna, contadina nata alla fine dell’Ottocento, era analfabeta ma in cucina era una regina e incarnava un pensiero di cucina vero e profondo; oggi studiano trenta anni e poi ci regalano gli organismi geneticamente modificati: il pensiero di cucina così muore e un nuovo deserto culturale avanza. La nostra Scuola è nata per difendere la storia di un patrimonio grande e per continuare a diffondere ancora il nostro pensiero di cucina.